Recensione: Quattro minuti
Un carcere femminile di massima sicurezza in Germania. Una vecchia insegnante di pianoforte, Traude Krüger, che ha dedicato la sua vita alla musica e tenta di trasmettere la propria passione ai sempre più scarsi allievi, secondini o detenute che siano. Fino alla casuale scoperta di un grande talento. Jenny, detenuta per omicidio e forse violentata dal patrigno, piena di odio e violenza per il mondo circostante ma ai tempi bambina prodigio e forse tuttora in grado di vincere un concorso nazionale dedicato a pianisti debuttanti.
Tra le due si stabilisce un patto solo apparentemente di ferro: la detenuta potr� suonare a suo piacere e uscire dal carcere per le esibizioni, l’insegnante in cambio chiede devozione ed umilt� totali. Il tutto, almeno nelle intenzioni, senza nessun coinvolgimento personale. Ma le cose non potranno che andare diversamente…
Quattro minuti, opera seconda di Chris Kraus (anche sceneggiatore: onore al merito), è stato uno dei casi dell’anno in Germania: ottimi incassi e otto candidature ai Lola Awards. Motivazioni che, insieme alla buona accoglienza riservata dal mercato italiano a Le vite degli altri, hanno probabilmente spinto i distributori nostrani al grande passo ed alla – sia pur limitata – circolazione in sala. Detto subito che non siamo all’altezza di quest’ultimo (del resto i capolavori sono rari), va anche riconosciuto che siamo di fronte a un ottimo film. Che riesce a evitare quasi tutte le trappole insite nel genere romanzo di formazione (cui pure apparterrebbe lato sensu, visto che pur sempre la vicenda è incentrata sul classico rapporto insegnate ferreo/allievo recalcitrante) per approdare a un discorso più ampio su colpa e redenzione. Se Jenny è evidentemente colpevole- forse non dell’omicidio ascrittole, certamente però di esplosioni di violenza e di un atteggiamento predatorio nei confronti di chi la circonda (il film si apre con lei che ruba una sigaretta dalla tasca di una compagna di cella suicida) - Traude non le è stata da meno in passato, sacrificando l’amore per non contravvenire ai dettami nazisti: ed entrambe sanno che comunque l’eventuale riscatto rimarr� individuale, impossibile da recepire per una societ� dove regnano sovrani prevaricazione e ipocrisia. E il finale – quattro minuti di cinema memorabile, che rimandano non saprei dire quanto consciamente a Tutti i battiti del mio cuore - se sancisce il legame tra le due protagoniste, non promette alcuna riappacificazione con l’esterno: insegnante e allieva hanno vinto una battaglia personale, ma il loro destino – la pensione da un lato, il carcere dall’altro – è comunque segnato. Resta la forza del singolo, forse quella dei sentimenti: ma la vita prosegue inesorabile. Peccato per qualche flash – back di troppo (il passato nazista di Traude), per qualche scorciatoia di sceneggiatura (come fa il padre di Jenny a trovare l’insegnante?), per qualche accenno inutilmente melodrammatico. Ma dall’altra parte pesano una regia poco men che perfetta, dove ogni inquadratura sembra frutto di una scelta morale prima ancora che cinematografica, ottime attrici, un’ambientazione mai banalmente claustrofobica. Non abbastanzaper un capolavoro, si diceva sopra. Ma più che sufficiente per lasciare la poltrona di casa e andare in sala.
Marco Cavalleri
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